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Mike Mentzer e il metodo Heavy Duty

heavy duty

In 12 anni si può fare tantissimo. Io ho fatto poco, perché la voglia di sperimentare e addentrarmi in ogni angolo della cultura fisica è stata troppo grande, e direi anche determinante.

Ma voglio essere sincero, e anche criticabile, l’impatto maggiore e illuminante sul piano estetico e mentale lo ha avuto Mike Mentzer. Quel concetto di alta intensità, arrivare al limite, quasi a perdere i sensi mi ha totalmente assorbito, e regalato la possibilità di vivere, almeno per un po’, un rapporto completamente diverso con i pesi.

Ero annoiato, stufo, stanco, esausto. Poi, dopo aver tanto sentito parlare del metodo Heavy Duty, decisi di leggere di più, finendo col divorare entrambi i libri in pochi giorni, e con l’iniziare a tradurre anche un altro piccolo gioello di Mike: Heavy Duty Nutrition, che spero di finire il prima possibile.

E così, è iniziato un periodo nuovo, incredibilmente stimolante, dove ho cominciato a masticare i concetti di monoserie ed esaurimento muscolare. Sarò sincero, e andrò direttamente alle conclusioni.

Questo metodo funziona, è fondato, logicamente costruito e molto sincero. Ma le condizioni (quasi) indispensabili sono due:

  • Supplementazione chimica generosa
  • Anzianità d’allenamento decennale

Su un soggetto natural, o principiante, i rischi di “bruciare” il SN sono elevati. In tal caso è obbligatorio ciclizzare e non esagerare, lasciando all’Heavy Duty il suo spazio nella programmazione annuale, ma senza farne l’unica strategia allenante.

Ben diverso invece, parlare di intensità, protagonista del metodo elaborato da Mentzer, ma strumento dalla propria storia e funzionalità e pertanto utilizzabile in moltissimi altri contesti.

Per sapere qualcosa di più sul concetto di intensità, consiglio la lettura dei due articoli “I 5 principi base dell’allenamento” e “I 10 errori più comuni nel Bodybuilding amatoriale”; vi aiuteranno a capirne qualcosa in più.

Detto ciò, passiamo al cuore dell’articolo: chi era realmente Mike Mentzer?

Michael John Mentzer è stato uno dei più grandi atleti della storia del Bodybuilding. Noto per aver creato una particolare metodologia di allenamento, nota come Heavy Duty, ha trascorso gran parte della vita nel tentativo di perfezionarlo e migliorarlo, scrivendo diversi testi e facendosi così apprezzare dai culturisti di tutto il mondo.

Muore tragicamente a soli 49 anni, seguito dal fratello Ray che non regge la scomparsa e si spegne dopo soli due giorni. Ma Mike non era soltanto Bodybuilder e scrittore, era anche un filosofo e come gli piaceva definirsi, scienziato di sé stesso.

Non dirò dove è nato e dove è morto, né le competizioni a cui ha partecipato o che ha vinto. Dirò soltanto che è stata una figura rivoluzionaria e fondamentale per il Bodybuilding moderno: perché?

Perché è stato l’unico tra tutti gli agonisti di quel tempo a dedicarsi allo studio e ad una sperimentazione onesta, senza pretender nulla; lui non voleva essere una persona di successo ma, al contrario, dare un reale e concreto contributo scientifico (si ricordi che Arnold Schwarzenegger si trasferì negli USA per fare l’attore e solo grazie a Joe Weider venne preso in considerazione; questo è chiaramente un esempio per sottolineare la comune intenzione di molti professionisti a volere, prima di tutto, accrescersi economicamente, senza nulla togliere ad un pilastro del culturismo come Arnold).

Una figura scomoda al sistema

Chiedetevi dunque, se quest’ultimo, insieme a molti altri, pubblicizzasse i suoi sistemi di allenamento per spirito di condivisione o per favorire i propri interessi, quali ad esempio interviste, contratti, riviste, integratori, opportunità, pubblicità, copertine, sponsor, visibilità e altre forme di guadagno. Probabilmente un insieme di tutte queste cose.
Mike non era così, e per questo fu screditato, criticato e messo da parte.

Andava contro gli interessi economici dell’epoca più fiorente e affascinante che il mondo del Bodybuilding ha vissuto.

Non potevano permettere che un uomo, l’unico tra moltissimi a sostenere una metodologia tanto bizzarra, con frequenza di allenamento ridottissima, potesse vincere un Mr. Olympia (ricorderete il clamoroso Mr. Olympia del 1979 dove venne superato in giudizio da Frank Zane, personalmente, dalla condizione nettamente inferiore), questo avrebbe causato un terribile disastro economico, poiché nella mente dei culturisti, in un evento tanto apprezzato dalla comunità americana, si sarebbe innescata una pericolosa deduzione: se Mike ha vinto, lo ha fatto anche nel metodo.

Quale la conseguenza inevitabile? Tutti si sarebbero ispirati al suo modus operandi, determinando (in primo luogo) un tragico calo dell’affluenza nelle palestre. Una reazione a catena, che solo al pensiero, ha fatto rabbrividire i giganti del settore.

Andare in palestra due volte la settimana per 20 minuti? Un rischio che non si poteva correre.

Mike era troppo scomodo per gli affari.

Formazione e influenze

Fu la conoscenza di Arthur Jones a fare da innesco, personaggio che gli diede la spinta giusta e la base di partenza, l’High Intensity Training (HIT).

Quest’uomo lascia l’agonismo, si dedica allo studio e alla filosofia, passa una vita intera a comprendere il Bodybuilding come scienza, e infine scrive i suoi libri e affina l’Heavy Duty dopo anni di sperimentazione su oltre 6000 clienti!

Vi rendete conto dell’enormità dei dati che ha raccolto?

Credete ancora che l’Heavy Duty sia una trovata pubblicitaria?

Mike non era ambizioso, era realista, era oggettivo, non sfruttava il concetto di unicità e soggettività per elargire consigli e pratiche miracolose. Mike era sincero.

Tutto quello che proponeva era il frutto di una teoria logicamente formulata, che soltanto dopo si trasformava in applicazione pratica confutata. Mike era un grande pensatore, e si ispirava a Ayn Rand, filosofa oggettivista che riteneva individualismo ed egoismo razionale come la virtù necessaria alla ricerca del bene proprio senza però recare danno agli altri: un uomo che sposa questa ideologia, può vendere delle teorie false per del profitto? Non credo.

Ciò chiaramente non implica che il suo pensiero sia indiscutibilmente vero e dimostrato, ma è quello a cui ha dedicato una vita intera, e merita rispetto.

Oggi, chi critica l’Heavy Duty lo fa per moda e non con cognizione di causa: si attacca a quelle debolezze rimaste irrisolte per mancanza di tempo o per mancanza di mezzi, o semplicemente perché la scienza dell’essere umano ha i suoi limiti, insomma, concediamo qualche errore al buon Mike. All’epoca le conoscenze erano limitate, e con esse anche gli strumenti per ricercarle.

Non si può dare una risposta a tutto, e questo vale per qualunque aspetto della vita dell’uomo.

Chiudo con un ultima osservazione, Mike è stato l’unico Bodybuilder agonista a rinunciare al successo e dedicarsi allo studio per formulare l’unica vera teoria dell’allenamento per un pubblico natural, per la gente normale, per i semplici appassionati, per quelli come noi.

Le sue routine infatti, anche se fondate sugli stessi principi, erano diverse e assai più intense, in equilibrio con la generosa integrazione farmaceutica di cui poteva godere. Ovviamente, ha sempre fatto presente la differenza tra il suo allenamento e quello proposto nei due libri.

In ogni caso, non ha mai proposto allenamenti folli come quelli che si vedono nelle riviste o pubblicizzati da altri famosi culturisti. Solo un uomo, di grandissimo spessore morale, è riuscito a capirne il metodo e trasformarlo in qualcosa di meraviglioso: Dorian Yates, immenso e apprezzatissimo. Ma di lui parleremo a tempo debito.

Chi, tra tutti, è stato più limpido e coerente di Mike Mentzer?

Molto presto si parlerà di come impostare un allenamento di questo genere e di quali siano i principi fondamentali per poterlo costruire ed applicare, intanto consiglio di proseguire con la lettura dell’articolo “Heavy Duty, uno sguardo alla teoria“.

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